Finisce l’odissea del prefetto Francesco La Motta

lunedì, 12 ottobre 2015

Di Dimitri Buffa per Il Tempo – Archiviate dal gip di Napoli le accuse di associazione mafiosa e riciclaggio Fu vittima di truffa e non responsabile degli ammanchi al Fondo edifici di culto.

«Non ci sono elementi per sostenere le accuse nel processo». Con questa motivazione il gip di Napoli Isabella Iaselli ha chiuso l’odissea giudiziaria del prefetto Francesco La Motta, ex numero due dell’Aisi e prima ancora responsabile del Fondo edifici di culto presso il ministero dell’interno. La Motta ebbe la sfortuna di venire indagato nella primavera del 2013 dalla Dda di Napoli con le ipotesi di associazione di stampo mafioso e di riciclaggio dei soldi del clan dei Polverino. Ma tutto nasceva dalle millanterie di persone che avevano l’interesse a coinvolgere qualcuno molto importante, appartenente ai vertici dello Stato, per coprire le proprie malefatte. Che nella fattispecie consistevano nell’essersi impossessati di cospicue somme di loro clienti compresi 10 milioni di euro affidati alla banca Hottinger dal Fec.

Per la cronaca il prefetto La Motta, come risulta dagli atti dell’inchiesta, diede autorizzazione solo per il primo milione e ottocentomila euro di investimenti nella Hottinger. Gli altri 8,2 furono invece autorizzati dai suoi successori al Fec, che evidentemente si fidavano degli stessi promotori. Successori che però non sono stati indagati. I promotori finanziari infedeli della Hottinger sono sotto processo con l’accusa di avere distratto cospicue somme di denaro dei loro clienti comprese per l’appunto quelle appartenenti al Fondo edifici di culto, ente di cui il prefetto era stato a capo per quasi 5 anni. Inutile dire che i maggiori quotidiani nazionali abboccarono subito coprendo il prefetto di accuse e di falsità di ogni tipo: «Il secolo XIX», «Il Mattino» e «Repubblica» si distinsero nello zelo un po’ forcaiolo. Il quotidiano romano, in particolare, il 12 maggio 2013 titolò così: «Quel prefetto ci aiutò a silurare il pm». Riportando le accuse poi rivelatesi false da uno degli autori dei reati che aveva raccontato queste cose ai pm napoletani. Non un rigo o quasi invece lo scorso 8 aprile quando già erano uscite le richieste di archiviazione da parte della procura di Napoli. Richieste poi accolte dal gip il 14 luglio scorso. La Motta era stato oggetto di questa truffa perché, sempre previa approvazione del consiglio di amministrazione del Fec, addirittura precedente di un anno la sua nomina, aveva affidato circa un milione e ottocentomila euro (di quei dieci milioni successivamente autorizzati da altri) in titoli alla banca svizzera Hottinger, segnalata peraltro da un altro prefetto, Aldo Buoncristiano.

Nel 2007 il Ministero dell’Interno constatava una serie di incredibili ammanchi. Dovuti al fatto che proprio i promotori finanziari della Hottinger, cioè l’ex ad della banca , il broker Rocco Zullino, e l’ex promoter di Intesa San Paolo, Eduardo Tartaglia (entrambi in seguito rei confessi anche di riciclaggio oltre che di appropriazione indebita), avevano fatto sparire i soldi. Ma inopinatamente, per come vanno le cose nella giustizia all’italiana, il Prefetto si è suo malgrado ritrovato coinvolto. Addirittura come se fosse stato lui la mente dell’ammanco e della truffa. Una vicenda pirandelliana. Non basta: mentre l’inchiesta di Napoli si avviava al naturale epilogo di pieno proscioglimento per il prefetto la Motta, che risale al 15 luglio scorso, se ne apriva una praticamente identica a Roma. La cui procura nell’estate del 2013 era riuscita persino ad ottenere un ordine di custodia cautelare per il malcapitato La Motta che si sarebbe fatto da presunto ( e oggi conclamato) innocente anche un notevole periodo di detenzione: sei mesi di cui 4 in isolamento. Un trattamento di solito riservato ai camorristi, come quelli chiaramente in contatto con il duo Zullino-Tartaglia e non per uno dei più alti rappresentanti della Sicurezza dello Stato. Oggi La Motta può finalmente «sorridere» di nuovo. Sia pure dopo anni passati sulla graticola e con la carriera gravemente pregiudicata.