Riccione: Renata Tosi prigioniera della buona volontà, ma non basta contro lo sballo

giovedì, 13 agosto 2015

Di Giorgio Conte – Non è facile parlare di uno spettro che danneggia l’umore collettivo, parlare di un fantasma che alimenta dubbi e difficoltà. È difficilissimo farlo in modo efficace.

Ci sono riusciti al Cocoricò con una serata che ha avuto una risonanza mediatica fuori dal comune, con decine di testate connesse con l’evento. Connesse, come le centinaia di migliaia che hanno seguito Giorgia Benusiglio, DJ Ralf, Giampietro Ghidini e tanti altri via streaming raccontare le loro storie.

Il punto è tutto qua: la connessione. Sì perché per parlare di quest’aspetto di cui poco si discute dentro le famiglie, dentro le scuole, nella nostra società, quasi a evitare che si manifesti, serve una connessione. Serve una chiave, serve un link che dia accesso ai cuori e alle menti, che superi quella voglia di fare in fretta e vada oltre a quella cosa che dietro il momento di sconforto temporaneo spinge a mollare, a rimettere le cose dove stavano per tornare a fare una vita che con la droga non c’entra affatto.

È quella rivoluzione veloce da consumare nello spazio di un amen che va superata, la breccia cerchiobottista di chi vuole prendere tempo allontanando da se stesso le responsabilità, di chi non vuole avere la pazienza di affrontare tutti gli spigoli. Di chi alla fine non vuol decidere di fare davvero qualcosa. Questa reazione è incompleta, indefinita, magmatica porta via il momento ma lascia le cose come stanno. Ieri sera in piazzale Ceccarini a Riccione, istituzioni e forze dell’ordine hanno organizzato una serata che con un esercizio di buona volontà si può definire una bella passeggiata nella terra di mezzo, in quella zona sfumata dove tutto pare inesorabilmente inefficace, non adatto. Temporaneo. Mancava la connessione – oltre a Giorgia Benusiglio silurata a 24 ore dall’evento (evento si fa per dire) come a certificare l’immaturità del sistema – non c’era il link e già si capiva prima ancora delle parole, si capiva da una platea, composta per lo più da pensionati. Ad aprire il dibattito è stato il comandante dei carabinieri, sul palco in divisa con un microfono in mano per spiegare le slide, rigorosamente con il logo dell’arma: articoli, articoli bis, attività varie di sequestro svolte sotto il suo comando.

La sensazione, concessa di default l’incapacità comunicativa, è stata quella del mantenimento della rotta ma con navigazione a vista, con il latente sottotitolo di un mettere le mani avanti, di un qualcosa autoreferenziale, ma non è questo il problema. Il problema come si diceva è la connessione e allora il comandante diventa un triangolo che vuole entrare in un cerchio: passa al massimo un pezzetto ma al di là non arriva. Non arriva perché non è quello il suo compito, le forze dell’ordine devono fare altro, anche se il format della serata prevede che il comandante prosegua il tour con le slide nelle scuole. Addirittura.

Poi è arrivato il turno delle istituzioni, il Sindaco di Riccione con il suo mocio inzuppato nella morale che ha sentenziato “le istituzioni devono esserci”. Finito. Non ha aggiunto altro. Un colpo di straccio e via, come fosse un santone dell’inverosimile, fermo nell’inesorabile attesa della prossima volta per scoprire che il suo mondo non si è ripulito con un colpo di mocio ma è rimasto identico, brutto, sporco, cattivo, esattamente quanto può essere bello, buono e pulito. Poi sono arrivati tre Forrest Gump: Giampietro Ghidini, Marcello Riccioni e Don Roberto della fondazione Ema Pesciolino Rosso. Tre Forrest Gump con un linguaggio e una gestualità diversa, come fosse atterrato un ufo colorato in piazzale Ceccarini per riattivare la connessione.

Per riattivare la paresi d’idee che ci fa restare fermi mentre il mondo dei giovani è completamente cambiato.